Dottoressa, io non ci credo!

Quando qualcuno mi dice di non credere all’omeopatia, all’omotossicologia, all’agopuntura, alla floriterapia, alla medicina energetica o ad altre affascinanti discipline e tecniche terapeutiche comunemente definite Medicina Integrata, in genere sorrido.

Sorrido perché non si tratta di credere.

Si tratta piuttosto di scegliere, per sé e per gli animali con cui si vive, un approccio differente da quello che considera la malattia e non l’individuo al centro del proprio interesse. Da quello che considera esclusivamente il sintomo e su quello si accanisce per farlo sparire prima possibile, senza chiedersi che cosa quel sintomo rappresenti, perché sia comparso e soprattutto a quale prezzo per la salute lo si sta eliminando.

La medicina tradizionale occidentale, quella definita allopatica, ha il grande pregio di aver sviluppato sistemi diagnostici sempre più evoluti ed accurati, che consentono al medico e al paziente di capire cosa sta accadendo in quell’individuo.

Ha però di contro lo svantaggio di aver perso di vista la centralità e l’unicità di ogni singolo paziente, in cui ogni sintomo e ogni patologia può indicare vie diverse, sia diagnostiche che terapeutiche.

In ambito veterinario il quadro è ancora più complesso: non c’è solo un paziente ma c’è il paziente e il nucleo familiare con cui vive, c’è un ambiente spesso distante da quello naturale in cui quella specie si è evoluta, spesso nel corso di millenni.

Questa complessità è indubbiamente una delle cose che più mi affascinano nella professione che ho scelto e continuo a scegliere di svolgere, e a questa complessità dedico il mio impegno continuo allo studio, all’acquisizione e all’approfondimento delle tecniche e delle modalità terapeutiche meno invasive per i miei pazienti e le loro famiglie, a qualunque specie appartengano.

Lo scorso anno ho frequentato un percorso annuale in Omotossicologia Veterinaria, che sto applicando con grande soddisfazione, a volte anche su specie diverse da quelle esotiche e “non convenzionali”, su richiesta dei medici veterinari curanti.

L’omotossicologia è definita “anello di congiunzione” tra omeopatia e medicina convenzionale e il suo teorizzatore, il dottor Reckeweg, dice così: “le malattie sono l’espressione della lotta dell’organismo contro le tossine, al fine di neutralizzarle ed espellerle; ovvero sono l’espressione della lotta che l’organismo compie naturalmente per compensare i danni provocati irreversibilmente dalle tossine.”

Si tratta quindi di un approccio “biologico” del processo che porta alla guarigione, stimolando le risorse proprie del paziente riportando alla normalità e potenziando le capacità metaboliche, immunologiche, enzimatiche e di drenaggio, eliminando il carico tossico che ha determinato la patologia e dando origine quindi ad un percorso di guarigione propriamente detta.

I farmaci di sintesi invece hanno come obbiettivo la soppressione dei sintomi, che se anche determina apparentemente un miglioramento spesso provoca in un secondo momento, anche distante nel tempo, un approfondimento della patologia, il danneggiamento della capacità reattiva, o, troppo spesso, la cronicizzazione..

Quest’anno partirò per una nuova avventura, che mi impegnerà stavolta per tre anni, ma che ritengo necessaria per continuare lo sviluppo di tecniche terapeutiche all’avanguardia anche per le specie esotiche e selvatiche, pazienti di serie B per molti ma non certo per me.

Sono fermamente convinta che sia dovere di ogni medico mettere al servizio dei propri pazienti, con autenticità, coerenza e preparazione, l’approccio medico che sceglierebbe per sé e per le persone e gli animali che ama.

Ed è proprio in quest’ottica che scelgo di non interrompere mai lo studio e l’approfondimento, nonostante inevitabilmente sottragga risorse, tempo ed energie alla mia vita privata, alla quale riservo comunque tutta l’importanza e il rispetto che merita.

Per questo, se mi vedrete un po’ più stanca o se qualche volta non mi troverete in clinica, non vi preoccupate, sto come sempre lavorando anche per voi, per offrirvi un servizio sempre migliore e all’altezza delle vostre aspettative.

E comunque vi accoglierò con un sorriso, anche se mi direte, spero sempre meno: dottoressa, io non ci credo!

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